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I MONUMENTI

FORTEZZA SVEVO-ANGIOINA
Sorge a nord della Città, sul monte Albano, con un perimetro di circa 900 metri e domina tra gli Appennini e il Gargano l’ampia distesa del Tavoliere delle Puglie. Intorno all’anno 1223 Federico II portò a Lucera un gran numero di “saraceni” provenienti dalla Sicilia, ai quali fu concesso di fortificare la Città e contemporaneamente si diede inizio alla costruzione del Palatium imperiale che doveva servire come dimora ma anche come baluardo di difesa. Era una costruzione imponente e lussuosa, costituita da un unico corpo di fabbrica di forma quadrangolare con il lato di circa 42 metri, con le mura disposte a scarpa e con camminamenti di ronda muniti di feritoie. Al centro di esso si ergeva un gran torrione quadrato di tre piani; al piano terra ed in quello sotterraneo vi erano ambienti adibiti a magazzini per vettovaglie, laboratori e altre strutture di servizio, mentre il primo e secondo piano costituivano gli appartamenti, di 16 stanze ciascuno (4 per lato), di Federico II e del figlio Manfredi. La pianta del terrazzo, per un sapiente gioco di archi ogivali, si trasformava in un ottagono anticipando così lo schema di Castel del Monte. I lavori terminarono intorno al 1240. Al suo interno si coniavano anche monete, essendo stati ritrovati dei conii con l’effigie di Manfredi, ed inoltre in esso era custodita la “camera fiscalis” ossia il tesoro della corona imperiale egli Hohenstaufen. Il 1266, con la morte di Manfredi nella battaglia di Benevento, segnò il trapasso del potere dalla dinastia sveva a quella angioina in tutto il Regno Meridionale ma ci vollero ben 3 anni di assedio al “Palazzo” da parte dell’esercito francese di Re Carlo I d’Angiò per costringere alla resa i saraceni di Lucera, fedeli alla casata sveva, asserragliatisi all’interno. Infatti nel 1269 i saraceni, privi di un vero capo carismatico, si arresero per fame e poco tempo dopo iniziò la costruzione di un complesso fortificato concepito come una vera e propria cittadella militare che inglobò anche il lussuoso palazzo federiciano; ha una forma pressoché pentagonale munita, sui lati non rivolti alla Città, di 15 torri quadrilatere e della difesa naturale del pendio scosceso della collina che ne limitava al minimo la gittata delle macchine belliche e l’efficacia delle torri ossidionali; mentre il lato rivolto alla Città era difeso da 7 torri esagonali e due di forma circolare: la Torre del Leone, situata nei pressi del Palatium e la Torre della Leonessa (Torre della Regina per il popolo), merlata, alta 25 metri e con un diametro di 14. Entrambe erano concepite entrambe come rifugio per una resistenza suprema. Come ulteriore difesa fu costruito un fossato sovrastato da un ponte levatoio che conduceva alla porta principale della Fortezza: Porta di Lucera, che fu costruita in un angolo rientrante delle mura tale da essere quasi nascosta e quindi per rendere vana ogni sorpresa dall’esterno; le altre porte sono Porta di Troia, Porta di Guardiola e Porta di Castel Fiorentino, che è rivolta appunto verso la località dove Federico II morì nel 1250. Accanto al ponte levatoio vi era una scala coperta detta “del soccorso” costruita nello spessore del muro esterno che metteva in comunicazione, attraverso un passaggio sotterraneo, la Fortezza con il centro della Città e più precisamente con il pozzo detto “dell’Imperatore” ora non più esistente nell’attuale Piazza Gramsci. L’interno era dotato di un gran numero di cisterne per l’acqua e di un efficace sistema di canalizzazione delle stesse; inoltre venne assicurato il culto cristiano anche all’interno poiché Re Carlo II d’Angiò, succeduto al padre, fece costruire una chiesa in onore del figlio Ludovico, frate francescano, morto giovanissimo e successivamente santificato. I lavori si conclusero intorno al 1275 ma ancora oggi il sito è oggetto di scavi archeologici nell’area che misura circa 7 ettari.

ANFITEATRO
L’Anfiteatro fu fatto costruire da Marco Vecilio Campo nel I sec. a.C. Il portale anteriore riporta l’epigrafe completa nel fregio dell’architrave:
Marcus Vecilius, Marci filius, Luci nepos, Campus, praefectus fabrum
tribunus militum, duovir iure dicundo, pontifex, amphiteatrum loco privato suo et maceriam circum item, sua pecunia, in honorem Imperatoris Caesaris Augusti, coloniaeque Luceriae faciundum curavit.

Il dedicante era dunque Marco Vecilio Campo, figlio di Marco, nipote di Lucio, (molto probabilmente di famiglia equestre ed avviato agli onori della Città), prefetto dei fabbri (capo del collegio degli artigiani), tribuno dei soldati (che lo ammetteva di diritto nell’ordine dei cavalieri), diumviro della amministrazione delle colonie. Fece costruire, a spese proprie, l’Anfiteatro, in un fondo di sua proprietà con un muro di recinzione in onore dell’Imperatore Cesare Ottaviano Augusto e della colonia di Lucera.
I motivi per i quali avvenne la costruzione dell’Anfiteatro furono sostanzialmente due:
1.    “Luceria” fu designata da Ottaviano Augusto come "colonia di diritto romano" ossia una delle 28 città italiane dell'Impero con larga autonomia amministrativa, con propri magistrati, con l’esenzione fiscale e con la possibilità di coniare monete;
2.    la costruzione dell’Anfiteatro fu un segno di riconoscenza nei confronti di Augusto, ma ancor di più, un mezzo che attirasse la simpatia del popolo nei confronti di Marco Vecilio Campo. 
Di forma ellittica, è lungo 131 metri e largo 90, mentre l’arena, più bassa di 9 metri rispetto al piano della campagna circostante, è lunga 75 metri e larga 43.
Lungo la parete di recinzione di quest’ultima, vi sono tracce di porte per l’uscita e l’ingresso di gladiatori. Tutto l’Anfiteatro doveva avere un aspetto maestoso considerando l’enorme capienza disponibile e la varietà dei giochi e delle attrazioni offerte alla popolazione. Attualmente la cavea non dispone più dei gradoni in travertino che la percorrevano tutta, ed inoltre è andato perduto il muro di cinta che lo cingeva completamente anche e soprattutto a causa di una devastazione che subì nel 663 d.C. ad opera delle truppe di Costante II, il quale prese di mira tutto quello che poteva ricordare un imperatore pagano e romano. Nel 1932, a seguito di una campagna di scavi condotta dall'architetto Bartoccini, fu riportato alla luce quanto rimasto sepolto per secoli, ed in particolare i due identici portali rinvenuti pressoché intatti perché scampati alle devastazioni e alla depredazioni successive.

CATTEDRALE
Elevata a basilica nel 1834 e dichiarata monumento nazionale nel 1878, fu fatta costruire da Re Carlo II d’Angiò per celebrare la sconfitta degli “infedeli saraceni”, nell'agosto del 1300,  i quali occupavano la Città da circa 80 anni. Fu dedicata a Santa Maria Assunta, ancora oggi Patrona della Città, che aveva protetto l’esercito cristiano-angioino nella vittoria sui musulmani. I lavori si protrassero per circa 11 anni ma senza subire mai interruzioni. Lo stile è gotico-angioino, ossia una commistione in semplicità del romanico con gli elementi del gotico, privilegiando il transetto nella pregevolezza artistica con numerose opere del 500 e 600. Tutti i piloni del transetto sono adornati da undici colonne verdi di “marmo caristio” (altre due adornano il portale maggiore), e da una in marmo cipollino. La piante è quella classica a croce latina e si estende per una superficie di circa 2.200 mq e con una altezza di circa 25 metri. Il prospetto della facciata è asimmetrico: a sinistra c’è una snella torretta ottagonale dal sapore vagamente arabeggiante, a destra invece un ben più alto campanile (36 metri) terminante con una cella campanaria del ‘500, poiché l’originaria è andata distrutta in seguito ad un crollo. All’interno di essa vi sono 9 campane di epoche e grandezze diverse, tutte provenienti dalle officine di Agnone. Il portale maggiore è ornato con finissimi pilastrini e nervature ogivali, sull’architrave vi è la trecentesca  “Madonnina della Lunetta” di stile bizantino; sulla cuspide, oltre al blasone angioino, troneggia San Michele Arcangelo. La Cattedrale fu dotata di luci all’interno nel 1906, conta 32 finestroni dotati di vetri cattedratici. La maggior concentrazione di opere da citare è sita nella simmetricità del transetto, nel quale si trovano i due altari barocchi dedicati a Santa Maria Assunta e a San Rocco, co-protettore della Città al quale si era affidata in particolare nella pestilenza del 1656. Il  simulacro della Vergine è una statua lignea del ‘300, veneratissima dai lucerini i quali ogni anno Le dedicano in suo onore festeggiamenti programmati il 14-15-16 agosto. L’altare maggiore è la mensa di Federico II di Castelfiorentino, località ove egli morì. Poggia su sei colonnine e capitelli tutti diversi tra loro. Al suo interno sono anche venerate le spoglie del Beato Agostino Casotti (al secolo Kazotic), domenicano, già arcivescovo di Zagabria. Dopo la "depopulatio saracena" attuata dagli angioini, su intercessione di Re Roberto d'Angiò avvenne l'insediamento del vescovo croato da Traù (oggi Trogir). Il suo episcopato iniziò nell'agosto del 1322 e durò poco meno di un anno, ma la sua fervente opera pastorale permise una repentina rinascita del sentimento cristiano a fronte di una massa popolare ancora fortemente saracenizzata con la quale dovette misurarsi anche dal punto di vista fisico. Morì a Lucera nel 1323, in odore di santità, acclamato dal popolo per alcuni prodigi a lui attribuiti. E’ presente anche un busto argenteo che custodisce un frammento del cranio visibilmente danneggiato soprattutto dagli agguati subiti da fanatici musulmani nel suo episcopato lucerino. Proclamato successivamente beato, le sue spoglie giacquero nella chiesa di San Domenico fino al 1812 quando furono traslate in Cattedrale dove tuttora risiedono ai piedi dell'altare nella cappella del Sacro Cuore (famiglia Gagliardi). In fondo alla navata di sinistra vi è un ciborio quattrocentesco, tutto in pietra bianca ma lavorato da autori diversi, sicuramente tra gli elementi di maggior pregio artistico della Cattedrale. 

MUSEO CIVICO
Il Museo Civico è intitolato a Giuseppe Fiorelli, direttore degli scavi di Pompei. E’ la testimonianza più completa e fedele della storia della Città di Lucera. La sua configurazione attuale è stata inaugurata nel 2009, e nel corso degli anni vi si sono aggiunti altri ambienti aperti al pubblico. Fino al 1936 era situato in alcuni locali di Palazzo Mozzagrugno (ancora oggi sede del Comune) per l’iniziativa di un gruppo di privati che non volevano si disperdessero i reperti storici, artistici e archeologici della città, allorché trovò più degna locazione nel settecentesco Palazzo De Nicastri-Cavalli. Le sezioni di raccolte iniziano dagli albori della civiltà umana: dal paleolitico superiore all’età del bronzo. Ricchissima è la sezione epigrafica che spazia dai primi secoli di Roma Repubblicana al tardo Impero passando dall’epoca paleocristiana. Importante è la raccolta di reperti (are, cippi, capitelli, fregi, bassorilievi) provenienti dall’antica Luceria, colonia romana dal 314 a.C. Il documento più singolare del museo lucerino è la cosiddetta “Stipe votiva del Salvatore”: un’immensa raccolta di manufatti fittili provenienti dall’antico tempio di Giunone Lacinia; sono in gran parte opere in terracotta ex voto che rappresentano una unicità in molte regioni dell’Italia Meridionale. Tra le sculture più affascinanti vi è una Venere di stile prassitelico, ammirabile nei pressi del salone dei mosaici recuperati presso una delle antiche terme romane della città. La raccolta di ceramiche abbraccia un’epoca molto vasta, da quella preromana a romana, classica a quella medioevale; pregiatissimi i manufatti ceramici arabi che attestano l’arte musulmana del XIII sec.: si tratta dei primi esempi di protomaiolica invetriata medioevale importata dagli arabi dall’Oriente e dalla colonia di Lucera e propagatasi in tutta Italia; eccezionali sono, inoltre, i vetri e le ceramiche cinesi del periodo Ming, importati dai saraceni di Lucera. Il museo vanta anche una ricca sezione numismatica, una raccolta di bronzi, una sezione di arte popolare e di mobili settecenteschi, una sezione etnografica. Particolare e suggestivo e il “Salotto Cavalli”: settecentesco salotto nobiliare lasciato intatto da ben due secoli a testimonianza di un gusto signorile e borghese comune a molte famiglie lucerine dell’epoca. Vera e propria chicca è un originale e suggestivo presepe realizzato con pupi di maestri napoletani del ‘700 che è visitabile in sede permanente nell’antica cappella del palazzo che può mostrare anche la vecchia e ampia cucina del tempo.

TEATRO GARIBALDI
Edificato nel 1837, il Real Teatro Maria Isabella di Borbone fu successivamente intitolato a Giuseppe Garibaldi nel 1860. Su iniziativa di Giuseppe Napoleone che apportò diversi cambiamenti istituzionali alla Città rendendola propulsore di energie culturali e civili, si decise di costruire un nuovo teatro "per il decoro della città”: infatti, il 24 gennaio 1818 il Decurionato deliberò la costruzione di un teatro di pianta e nominò una Deputazione che si occupasse di tale progetto, costituita da Gaetano De Nicastri, Antonio Zunica, Giambattista Gifuni, Gaetano Nocelli e Diodato Pedone. Dopo diverse soluzioni analizzate, si decise di allocarlo al pianterreno del Palazzo Mozzagrugno che dal 1826 era diventato anche sede municipale. Il lavori furono affidati all'architetto napoletano Luigi Oberty che aveva già realizzato l'attuale Teatro Giordano di Foggia. Le attività teatrali furono inaugurate ufficialmente il 7 giugno 1838 con la rappresentazione della Lucia di Lammermoor di Donizetti cui fece seguito una intensa attività artistica per diversi decenni animata, tra gli altri, anche dal drammaturgo lucerino Umberto Bozzini (1876-1921) con la sua "Fedra". Nel 1848 si svolsero al suo interno anche alcune manifestazioni antiborboniche inneggianti a libertà e democrazia, chiara espressione di un diffuso sentimento di indipendenza comune a tutta la popolazione lucerina. L’intitolazione mutò nel 1860 proprio a causa di una rivolta scoppiata dopo l’arresto di alcune persone accusate di aver provocato la caduta della statua di Santa Maria Patrona durante la processione del 16 agosto. Nel 1904 il Teatro subì una profonda trasformazione interna ad opera dell'arch. Messeni che contemporaneamente realizzò il Teatro Petruzzelli di Bari assieme alle stesse maestranze artistiche, per cui il teatro lucerino costituisce una copia pressoché identica, seppur in scala ridotta del più famoso teatro barese. Dopo alterne e travagliate vicende il Teatro fu definitivamente chiuso nel 1932 subendo devastazioni e saccheggi soprattutto durante l'ultimo conflitto mondiale. La sua attuale configurazione risale all’inaugurazione avvenuta nel 2005 dopo un lavori di recupero e restauro durato decenni. 

CHIESA DI SAN FRANCESCO
La chiesa più importante dopo la Cattedrale è quella di San Francesco, elevata a basilica minore il 29 novembre 2012. E’ stata edificata nello stesso periodo della Cattedrale. Scacciati i saraceni nel 1300, re Carlo II d’Angiò ottenne da Papa Bonifacio VIII la facoltà di erigere una chiesa in onore di San Francesco d’Assisi e fondare un convento per i Frati Minori. Il tempio fu costruito in pochi anni e sorgeva nell’angolo più alto della città medioevale. Il portale d’ingresso che per finitezza e grazia architettonica supera, forse, quello maggiore del Duomo, dà un’impressione di austera nudità propria dell’Ordine dei francescani. Secoli e intemperie danneggiarono l’edificio, finché il Santo Lucerino San Francesco Antonio Fasani (1681-1742), da tutti i lucerini chiamato e conosciuto come Padre Maestro, si impegnò a fondo per riportarla al massimo splendore. Composta da una singola navata, la chiesa di San Francesco è ricca di affreschi ed altari di stile barocco (ben cinque quelli rimasti oggi). Tra gli affreschi riportati alla luce, nell’abside vi è la "piscina" raffigurante la "Annunciazione" del 1400, che ricorda la migliore tradizione artistica della catechesi toscana. Nella vasta aula, un’alta fascia di affreschi settecenteschi, ora ricoperti da un velo di intonaco, narra episodi della vita di San Francesco. L’abside, slanciata e luminosa, conserva anche i primitivi affreschi della chiesa. Da segnalare inoltre la bellissima statua della Immacolata di Giacomo Colombo, commissionata proprio dal Fasani che asseriva essere somigliantissima alla “donna” incontrata nelle sue visioni celesti. Sotto l’altare maggiore (1942) un’urna di bronzo dono della famiglia Sacco (1951), racchiude le spoglie del Santo canonizzato il 13 aprile 1986 da Papa Giovanni Paolo II. Due grandi tele esposte sulla parete d’ingresso raffigurano i due miracoli attribuiti al Santo. Inoltre, in una apposita bacheca sul fondo destro della navata, sono esposte le sue umilissime vesti, mentre all’interno del convento è visitabile una volta al mese la cella in cui ha vissuto il Santo.

BIBLIOTECA
La Biblioteca di Lucera è tra le più antiche raccolte librarie della Puglia, certamente la prima Biblioteca pubblica della regione. L'istituzione risale al 1817 con un nucleo primitivo di libri (4.231 per la precisione) costituito dalla donazione del marchese lucerino Gaetano De Nicastri che li aveva ereditati dallo zio Giuseppe Scassa. Solo 2 anni dopo (1819) il primo patrimonio librario venne trasferito dalla casa dello Scassa alla prima sede bibliotecaria individuata, la sala consiliare del Convento dei Francescani, con uno stanziamento di 150 ducati per il trasporto, dietro autorizzazione dell'allora sindaco Onofrio Bonghi. Primo coordinatore della struttura fu nominato Filippo Lombardi. Essa fu ufficialmente inaugurata per il “diletto dei lettori” e dei cittadini che volevano accrescere le loro “conoscenze scientifiche” e fino al 1847 venne creata anche un'accademia letteraria nel nome di Re Ferdinando di Borbone. Nel tempo si accrebbe notevolmente anche per il versamento di una notevole quantità di testi provenienti dai conventi soppressi dopo l’Unità d’Italia. Con il trasferimento del Municipio lucerino presso l'attuale Palazzo Mozzagrugno nel 1826, anche la biblioteca fu trasferita in un locale terraneo della struttura e il primo bibliotecario ufficiale fu il Can. Luigi Nocelli. Nel 1904 venne allocata nell'edificio adiacente Palazzo Mozzagrugno, acquistato dalla municipalità cittadina proprio per questo scopo, ma non senza lungaggini e difficoltà di carattere burocratico. Fu intitolata a Ruggero Bonghi, uomo politico e illustre letterato lucerino, già ministro della Pubblica Istruzione del Regno. Nel 1908 la biblioteca contava già 20.000 volumi per poi giungere al patrimonio attuale di oltre 100.000, assieme a diverse migliaia di miscellanee e opuscoli sciolti, 120 volumi di Deliberazioni Decurionali dal 1498 al 1900, una ricca sezione manoscritta di circa 450 volumi ed una vasta ed aggiornata emeroteca. Tra le sue preziosità conta 35 incunaboli, 850 cinquecentine, 150 pergamene ed i manoscritti di Carlo Corrado oltre al famoso Archivio Salandra e a numerose lettere autografe tra cui una di Garibaldi indirizzata al Municipio e di Alessandro Manzoni inviata proprio a Ruggero Bonghi. Diretta per tantissimi anni da Giambattista Gifuni, la Biblioteca di Lucera delle più alte espressioni della cultura lucerina e pugliese. Dal 2015 ha sede nell’ex convento del Santissimo Salvatore, accanto alla chiesa di San Pasquale, con un allestimento moderno e più funzionale, peraltro accompagnata dalla pinacoteca un tempo visitabile nel Museo Fiorelli.

CENTRO STORICO (LUCERA MINORE)
Il centro storico di Lucera può vantare numerose bellezze legate all’arte, alla tradizione e alla storia della città. Nei pressi dell’arco di Porta Troia, per esempio si trova “Via alle Mura" da cui si irradiano una serie interminabile di stradine contorte che formano veri e propri labirinti e meandri oscuri: la piccola "casbah" lucerina, retaggio di una civiltà islamica di cui ben poco è giunto fino a noi ma che ha caratterizzato una pagina importante della storia lucerina del XIII secolo. Ancora oggi abitato, sebbene parzialmente, il quartiere per secoli ha continuato ad accogliere un gran numero di persone ammassate in poche e strette stanze, piccolo grande universo di una realtà sociale che poi ha visto mirare verso le massicce correnti migratorie degli inizi del secolo scorso.
Ben 86 sono i palazzi nobiliari disseminati per tutto il centro storico, segno tangibile di un fasto che ha attraversato la città soprattutto nel 500 e 600, spesso eretti saccheggiando edifici più vecchi, tra cui in massima parte anche il Castello, per far fronte al reperimento di materiale edilizio utile ai cantieri del tempo. 
Percorrendo altre vie sarà facile incontrare Piazza Lecce ornata del suo celeberrimo e quasi misterioso omonimo Pozzo, più volte celebrato in un contesto suggestivo e per certi aspetti inquietante. 
Altra strada celeberrima sorge nei pressi di Piazza Duomo, collegando Via Amicarelli con Via d’Amely: Ciacianella, con i suoi circa 50 centimetri di larghezza è una delle più strade strette d’Italia. 
E il giro potrebbe continuare solo per soffermarsi su alcuni aspetti della devozione popolare, come le decine di edicole votive dedicate a Santa Maria Assunta Patrona della Città, oppure fregi, capitelli, epigrafi o leoncini o putti di cui sono adornati chiese e palazzi. 
Attraversando Via Federico II, si arriva alla Villa Comunale, amplissimo giardino e polmone verde che occupa quasi totalmente il Colle Belvedere, dominando la quasi totalità del Tavoliere delle Puglie, regalando una visione spaziosa e suggestiva e incorniciata dai monti del Gargano.
Tipico esempio di giardino all'italiana sia per dimensioni che per impostazione paesaggistica, la Villa ospita un parco giochi, un piazzale per il pattinaggio, una palestra all’aperto e precede il convento di San Pasquale che ospita la biblioteca comunale.

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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