28/06/2017 7.49.08

Cercasi parroco disperatamente

Sono molti i fedeli rimasti sconcertati per la vicenda del furto alla chiesa del Carmine, sia per il gesto in sé, peraltro compiuto in un luogo sacro, ma anche per la decisione di chiudere a tutti la chiesa come risposta al problema. Tuttavia è solo l’ultimo caso del genere. 
Già sono poche le parrocchie cittadine dove si continua a celebrare la messa al mattino feriale, diverse sono quelle inaccessibili fino al pomeriggio, per non parlare dei pochissimi sacerdoti da cui è possibile confessarsi, se non poco prima della messa vespertina. 
Nonostante Papa Francesco insista sul concetto di “Chiesa in uscita”, a Lucera, come in altre città, gli edifici sacri stanno diventando luoghi chiusi, in tutti i sensi. 
Ma dovrebbe anche far riflettere il fatto che a volte, anche quando sono aperti, i luoghi di culto cattolici sono incustoditi. Gli stessi parrocchiani, probabilmente, non riescono ad organizzarsi con turni di preghiera e persino quando c'è l'esposizione del Santissimo, in alcune chiese lucerine, può capitare che non ci sia nessuno tra i banchi. 
Però, succede pure che per parlare con un parroco bisogna chiedere appuntamento, a volte, tramite interposta persona. Non è raro assistere alla ressa post celebrazione serale, perché spesso è l’unica finestra di disponibilità concessa ai fedeli, magari anche per il rilascio di un certificato. 
Molti pastori, tra impegni di curia, insegnamento nelle scuole e proseguimento dei propri studi, sembra che ormai non abbiano più il tempo per pascere le proprie pecore. Con i rigidi orari di ricevimento imposti ai parrocchiani, diventa poi difficile proporsi come guide spirituali e così le tensioni aumentano, le maldicenze prosperano e le “chiacchiere”, quelle condannate dal Pontefice, si moltiplicano.
Certo, ci sono delle eccezioni come, per esempio, a Cristo Re, o nel santuario di San Francesco, dove c'è almeno un frate o un padre che confessa in ogni momento. E se non è presente, basta citofonare. 
D'altro canto ci sono anche parroci che non hanno un vice e quindi si dividono tra mille impegni, consultando continuamente la loro agenda. Insomma, oggi è più facile che un prete ti risponda su Facebook che di persona.
Tuttavia, mentre molta gente è senza punti di riferimento, c’è ancora qualcuno che tuona dal pulpito, impone regole e tariffari, o magari caccia o rimuove persone da incarichi e dalla parrocchia, come se si trattasse di una sua proprietà. 
I più drammaticamente divertenti sono coloro i quali non si fanno domande sullo svuotamento delle loro chiese, anzi spesso attribuiscono la colpa agli stessi (in)fedeli, e quelli che citano Papa Francesco appena possono, non accorgendosi che si tratta di concetti da attribuire anzitutto a se stessi.  
Le persone già in là con gli anni riferiscono di assistere a un evidente divario di comportamenti tra diverse generazioni di sacerdoti. Quella degli anni Ottanta e Novanta resta indimenticabile per molti, così come molti rimangono nella memoria collettiva da una parte all’altra della città. 
Giovanni Mace, Domenico Fanelli, Alfonso Tirri, Michele Ricci, Domenico Recchia, Pasquale Gelormino, Angelo Cuomo, Michele Palmieri erano (o sono) presbiteri in grado di coinvolgere e stare in parrocchia dalla mattina alla sera, o comunque si sapeva sempre dove e quando trovarli. 
L’albero delle rispettive attività pastorali si riconosceva dal frutto, come quello basilare di essere un punto di riferimento, magari anche solo silenzioso, verso chi ha bisogno di qualcosa o qualcuno per trovare motivazione e conforto materiale e spirituale.

r.z.

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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