12/05/2019 21:07:26

Il dialetto lucerino secondo Petroianni

Chi l’ha detto che il dialetto lucerino non è una vera e propria lingua? Sicuramente non la pensa così Romano Petroianni, artigiano e artista poliedrico, e soprattutto molto più di un cultore dell’idioma locale, tanto da svolgere quasi un ruolo da agricoltore o da botanico letterario.
Lo accarezza, lo nutre, lo rinforza, ma anche lo scruta, lo innesta, e infine ne estrae i frutti copiosi, nel suo caso raccolti in un volume di 3.400 pagine del peso di 7 chili, dal titolo “U ratavill”. 
Dentro c’è di tutto, antologia, grammatica e vocabolario, con oltre 40 mila parole. E muovendosi in un campo così vasto, è possibile fare incontri con detti e locuzioni dimenticate, etimologia esplicata secondo il suo punto di vista che si basa su una paziente ricerca linguistica, ma pure personaggi storici sconosciuti ai più. 
Naturalmente la sua stesura del dialetto lucerino è evidentemente difforme da tutti quelli che si cimentano nella scrittura vernacolare, specie poeti e autori teatrali, ma questo non gli impedisce di fare una proposta per certi versi "estrema" ma che ad alcune latitudini italiane si è trasformata in un’esperienza dai risvolti entusiastici: portare il dialetto direttamente a scuola, perché ritiene che un insegnamento basato su una vera grammatica dialettale favorirebbe la conoscenza della lingua italiana, patrimonio nazionale da difendere dai neologismi di origine straniera e dall’aridità dei testi moderni.
E ha pensato pure agli strumenti che in realtà già utilizza da tempo, ossia dei veri e propri quaderni, realizzati personalmente e artigianalmente, i cui contenuti sono estratti direttamente dall’opera madre, ma ogni volta con un titolo diverso. Ce ne sono già alcune decine, l’ultimo in ordine di tempo si intitola profeticamente “I Berleocche”, ossia quei gioielli che potrebbero essere gli alunni, a loro volta chiamati ad attingere, assieme agli studiosi e ai letterari, preziosità dai forzieri dei nostri antenati che hanno lasciato un patrimonio che caratterizza il Paese: senso di umanità, genio inventivo, calore e colore del linguaggio.


“La cultura non è cosa stabile – ha commentato a Luceraweb – per cui occorre intraprendere altre strade, uscire dal proprio seminato, rivedere e ripercorrere altre vie dei tanti dialetti d’Italia per scoprire tante novità, oltre a studiare il pensiero dei grandi uomini del passato per ricavare quanto di più buono e applicarlo nel presente”. 

r.z.

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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