27/03/2020 11:20:43

Bitcoin e monete virtuali: un po’ di chiarezza

Quando si parla di monete virtuali, la mente corre subito al bitcoin, vale a dire la prima criptovaluta che sia mai stata inventata: a crearla fu, nel 2009, un soggetto di cui non si è mai scoperta la reale identità. Anche se di bitcoin si sente discutere da molto, al di fuori degli addetti ai lavori sono in pochi a conoscerne le caratteristiche e il meccanismo di funzionamento. Non tutti sanno, per esempio, che i bitcoin non possono essere generati all’infinito, ma sin dall’inizio è stato prestabilito un quantitativo totale di 21 milioni di pezzi, i quali a loro volta sono suddivisi in frazioni: di conseguenza, non potranno essere prodotti dei bitcoin in più. Questa è la ragione per la quale si indicano i bitcoin con i numeri decimali, fino a otto cifre dopo lo zero virgola.

Attenzione alle truffe
Investire in bitcoin non è di per sé pericoloso o poco sicuro, sempre che si presti attenzione ai rischi di truffe in cui si può incappare: una delle più celebri è rappresentata dal bitcoin era, che promettendo facili e ingenti guadagni ha sottratto cifre ingenti a numerose persone. Vale la pena di tener presente, comunque, che pur essendo definiti monete virtuali in realtà i bitcoin non sono monete vere e proprie, dal momento che non sono agganciati all’oro o a un’altra materia fisica, né sono correlati ad alcun valore definito da un istituto centrale.

La differenza tra moneta e valuta
Anche se l’espressione moneta virtuale è entrata a far parte del linguaggio comune, quindi, sarebbe più appropriato parlare di valuta virtuale. Si parla di valuta per indicare un mezzo di scambio che viene accettato in funzione della fiducia sociale nei confronti del metodo di pagamento in questione. Chi possiede uno o più bitcoin li conserva in un portafoglio virtuale che prende il nome di wallet: per diventare titolari di un wallet è necessario rivolgersi a un intermediario per aprirlo.

La blockchain
Come molti sanno, la tecnologia alla base del bitcoin è la blockchain: si tratta di un meccanismo virtuale grazie a cui è possibile fare a meno di registri fisici e della mediazione di una qualsiasi istituzione finanziaria. Non a caso, le banche non sono coinvolte nel processo. Non ci sono neppure i nomi e i cognomi dei titolari dei bitcoin, mentre al loro posto ci sono delle chiavi digitali.

Come funzionano le chiavi digitali
Una parte delle chiavi digitali è pubblica: in questo modo è possibile indicare e riconoscere i soggetti a cui i bitcoin devono essere accreditati. La parte delle chiavi digitali che rimane privata, invece, ha un valore di firma digitale e può essere impiegata per fare in modo che le transazioni siano autenticate. Va notato che tale circostanza espone anche a un rischio notevole, in quanto nessuno è in possesso di una copia di riserva della chiave privata, proprio perché le operazioni non sono sottoposte alla gestione di un soggetto centrale. In parole povere, nel caso in cui si dovesse smarrire il supporto nel quale è conservata la chiave digitale, non ci sarebbe alcun modo per rimediare, e i bitcoin detenuti andrebbero persi. Lo stesso discorso vale per la rottura o il guasto del supporto: insomma, non è così improbabile perdere il proprio wallet, anche se si tratta di un portafoglio virtuale.

L’anonimato
A differenza di quel che si potrebbe pensare, i bitcoin non sono anonimi, in quanto il registro della blockchain è pubblico e può essere visto in lettura da tutti. Le forze dell’ordine vi possono accedere, per esempio, per tracciare i movimenti compiuti da un evasore.

f.g.

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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