11/11/2020 11:54:05

La scuola vittima delle guerre politiche

Se non si è uniti, non se ne verrà fuori. Questa è l’unica verità sulla pandemia da Coronavirus 2020. È  difficile da digerire prima che da attuare, ma l’emergenza richiede sforzi e sacrifici. Ed è qui il problema più grande: la scarsa propensione alla rinuncia, seppure momentanea, a qualunque cosa che non sia un bene essenziale. Che si tratti di una serata in compagnia con gli amici o di qualcosa di più importante. Molti non sono disposti a rinunciare a un briciolo della propria routine quotidiana, perché il singolo prevale sulla comunità. Del resto, si scontano adesso decenni di questo pensiero in cui pure la mia opinione vale più delle altre, persino più delle regole, anche se di quell’argomento non ne so abbastanza. 
Non si riesce a ragionare in termini di collettività. 
Il duro lockdown dei mesi scorsi, che ha salvato l’Italia dalla diffusione incontrollata di Sars-cov-2, non ha insegnato nulla. Il libero pensiero e l’egoismo costruiscono muri di opinioni personali rilasciate come bombe sui social. Il sacrificio, fosse pure portare una mascherina, non è contemplato. Più facilmente si indossano paraocchi personalizzati che consentono di osservare solo quel pezzettino di realtà che ci riguarda direttamente o ci interessa. 
Tutto il resto può andarsi a far benedire. 
E così, tra un rigetto delle regole e l’altro, si è riusciti nell’impresa di trasformare una crisi sanitaria in un disastro economico e sociale.
In Puglia, invece di indirizzare l’attenzione sulla sanità arrivata al collasso in poche settimane dall’avvio della seconda ondata, ci si concentra sulle scuole, definendole un problema.
Sì, perché le scuole chiuse sono un problema per i genitori che lavorano, per quegli insegnanti ancora allergici alla Dad (per fortuna una ristretta minoranza) e per quei nonni che di mala voglia accolgono i nipoti in casa, poiché hanno paura che tanta disponibilità sia contraccambiata da un contagio. 
In fondo, i bimbi sono ormai percepiti come asintomatiche mine vaganti. 
Ma le scuole sono una fonte di preoccupazione anche per quei genitori che, lavoro o no, non si fidano dell’attuale andamento pandemico e, nonostante siano consapevoli delle rigide regole anti-contagio seguite nelle aule, decidono di tenere i figli a casa.
Sui social e nelle chat queste posizioni si traducono in due fazioni in guerra da giorni: gli scellerati e i paurosi.  
In realtà, hanno torto e ragione entrambe su tanti aspetti, ma soprattutto sono vittime del conflitto che si trascina in maniera ridicola e fuori da ogni logica tra il presidente di Regione Emiliano e la ministra Azzolina. In piena epidemia, è in atto un braccio di ferro tra lei che punta i piedi, perché non vuole vedersi sminuire quella presunta autorevolezza conquistata in estate, dopo gli errori che l’hanno vista vittima per mesi di prese in giro di ogni tipo e accuse di trascuratezza di problemi atavici degli istituti scolastici che non sono invece attribuibili a lei, e lui che sa perfettamente che chiudere le scuole, è sì fatto a tutela delle famiglie, vista la curva dei contagi, ma serve soprattutto a ridare fiato al sistema tamponi-tracciamento che è letteralmente collassato.
La Azzolina, sostenuta da mamme in assetto di combattimento che i figli li vogliono seduti nei banchi costi quel costi, perché il diritto all’istruzione è inviolabile e che ce ne importa se i morti aumentano, sgancia i suoi missili aiutata dalla fanteria di parlamentari ed eurodeputati anti-Emiliano. Dall’altra parte, il presidente si difende a colpi di dichiarazioni con l’aiuto del neo assessore Lopalco, consapevoli entrambi che in Puglia il vero problema è il sistema sanitario andato subito in tilt, che “tamponare” intere classi come si faceva agli inizi di ottobre è ormai impossibile e che, senza i tracciamenti a tappeto, le scuole diverrebbero pericolosi focolai. 
Del resto, i luoghi chiusi sono pericolosi, ormai è risaputo: dopo un po’ di tempo, se non bene arieggiati, c’è il rischio che il virus si diffonda via aerosol, perché le mascherine (fornite in materiale di simil-carta) non sono ermetiche.  
Però tutti a dire che si gioca “sulla pelle dei bambini”, specie di quelli più piccoli, dimenticando che non è normale stare a scuola 5 ore con la mascherina, tenersi a distanza, non avere un buffetto affettuoso dalla maestra quando si svolge bene un compito, che la socialità tanto decantata, nelle odierne aule anti-Covid, è ormai quasi azzerata, che non è affatto convenzionale per un bimbo di 6 anni sapere che è arrivato il messaggio che annuncia la positività di un compagno e che deve mettersi in isolamento, poi in macchina per fare la fila per il tampone con gli alieni bianchi che ha visto in tv.  
È vero, sulla pelle degli altri, sono tutti bravi a parlare: e se dopo aver fatto il tampone si scopre a distanza di pochi giorni che c’è un altro positivo in classe? È successo a Lucera, non in Australia. La giostra tracciamento-isolamento-tampone riparte con le famiglie in modalità “ansia controllata”. Poi bisogna fare i conti con le chiacchiere e l’isolamento creato dagli altri, quelli che la sera vogliono le scuole aperte e la mattina pretendono dalla scuola che i compagni di classe del positivo, non l’aula, vengano sanificati, altrimenti a lezione non si torna. Dirigenti e insegnati sull’orlo di una crisi di nervi devono tenere insieme i cocci, tra ordinanze e circolari buttate lì ad ogni ora del giorno e pure la sera, quando si è faticato un intero weekend per conciliare lezioni in presenza e didattica a distanza. I sindaci delle città più infette sono lacerati dai dubbi. 
Se da una parte Emiliano deve ammettere che nel nord della Puglia la situazione è critica, dall’altra la ministra deve rendersi conto dell’evoluzione epidemiologica e ammettere che, nonostante la pianificazione per un rientro in sicurezza, ci sono classi - anche a Lucera – in cui i contagi si ripetevano ogni tot giorni. Forse bisognava accertarsi che i fondi stanziati per tablet, pc e connessioni internet adeguate  fossero sufficienti e che tutte le scuole ne avessero fatto richiesta, piuttosto che preoccuparsi di banchi con le rotelle che gridano vendetta. Avrebbe dovuto chiedere con la stessa caparbietà con cui replica ad Emiliano delle linee guida per i genitori che lavorano, congedi parentali ed altri aiuti. E chiedergli conto dell'utilizzo dei fondi per i trasporti. 
Emiliano, dal canto suo, mentre pensava alla campagna elettorale, avrebbe dovuto rinforzare il sistema di tracciamento, dove gli operatori sono pochissimi e allo stremo delle forze. In questa situazione è tardi per recriminare: si deve bloccare il contagio. Sempre che nel frattempo il governo non decida per un altro lockdown.
La scuola non è fatta solo di nozioni da imparare, ma anche di esempio. E qui, gli unici esempi propositivi che ci stanno mettendo impegno sono alunni, presidi, insegnanti e personale scolastico. 

Enza Gagliardi
 

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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