25/11/2020 09:34:47

Coronavirus: è vera emergenza psicologica

L'emergenza sanitaria è anche ormai psicologica. Ci sono professionisti che aiutano la popolazione ad affrontare questa nuova situazione che coinvolge la mente sin dall'inizio dell’epidemia di Coronavirus, quando a prevalere era il caos emotivo, ma anche adesso che si riscontra un più diffuso disturbo d'ansia. In pericolo non sono solo le categorie più deboli rispetto al contagio da Covid-19, quindi le persone anziane o immunodepresse, ma anche i ragazzi e i giovani adulti. 
Dalla paura dei primi mesi alla voglia di normalità talmente forte da non accettare le regole, che cosa è cambiato dal punto di vista psicologico negli italiani dal primo lockdown alla seconda ondata di Coronavirus? Che cosa ha portato alcune persone a cambiare atteggiamento nei confronti della pandemia nel giro di un'estate?
Domande a cui risponde (senza un linguaggio eccessivamente tecnico) a Luceraweb in più interviste Giovanna Sasso, psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, esperta di psicologia scolastica e coordinatrice dell’equipe Pet therapy.
Dal 2009 esercita privatamente a Lucera occupandosi prevalentemente di disturbi d'ansia, dell'umore, alimentari, del comportamento infantile e nell'adolescente, di psicoterapia di coppia, dipendenze patologiche, disagio giovanile e orientamento scolastico e universitario. 
Da marzo la dottoressa Sasso, insieme ad altri colleghi, è in prima linea per la gestione dell'emergenza psicologica da Coronavirus per conto del Comune di Lucera.

Dottoressa, siete stati chiamati di nuovo per aiutare psicologicamente le persone in questa nuova emergenza legata al Covid-19, ma come avete lavorato nella prima “task force” convocata dall'ex sindaco Tutolo?
Quello di marzo è stato un servizio gratuito messo su rapidamente e che formalmente si è concluso i primi di maggio. Adesso saranno coinvolte anche altre figure professionali ed è prevista un'attenzione particolare agli anziani, la categoria più colpita dal Covid dal punto di vista psicologico, poiché devono evitare i contatti sociali, il che può alimentare sentimenti depressivi.
Ma in realtà per molti di noi quel servizio alla popolazione lucerina non si è mai interrotto: chiunque ci ha contattati ha ricevuto supporto anche in seguito. 

In quanti hanno chiesto aiuto? 
Personalmente ricevevo la media di una telefonata al giorno, ma era soprattutto sulle chat di Whatsapp e Facebook che mi contattavano, e ricordo che ricevevo tantissime richieste di amicizia sul mio profilo personale, perché avevo cominciato a dare molte risposte in video, soprattutto informazioni, e poi sensibilizzavo circa i comportamenti responsabili. Il riscontro era talmente elevato che ricevevo anche molte segnalazioni di comportamenti scorretti che giravo al sindaco. Ero riuscita ad investire le persone di un senso di responsabilità.

Dopo tutto questo, come si spiega questo cambiamento di approccio psicologico degli italiani, e dei lucerini in particolare, tra la prima e la seconda ondata?
L'inizio della prima ondata è stato dominato dal caos emotivo e dalla paura. Se dobbiamo guardare a quella attuale, invece, la differenza che si coglie subito è il demandare agli altri la responsabilità, fino al rifiuto totale della responsabilità. A marzo molti erano stati stati responsabilizzati, poi i contagi sono calati ed è arrivata l'estate.

E che cosa è successo? È stato un effetto del primo lockdown?
Sì, purtroppo le famiglie non hanno saputo gestire la perdita della quotidianità. Durante il lockdown, che è stato molto lungo, ho riscontrato che sono aumentate le ansie. Tuttavia, quelli che sono andati in crisi non sono stati i pazienti che già seguivo e per i quali mi preoccupavo, ma in particolare è andata in tilt la popolazione giovane adulta. Tra giugno e luglio sono stata sommersa di richieste di pazienti nuovi che lamentavano gli effetti post lockdown: era andato in tilt l'equilibrio psicologico rispetto al rimanere a casa soli con se stessi. A costoro mancavano tutte quelle competenze introspettive che un paziente sviluppa perché fa un percorso con il terapeuta. Invece questi nuovi pazienti si erano ritrovati a dover rompere la loro routine quotidiana e non hanno saputo gestire la cosa da soli.

Come è possibile che l'esperienza del lockdown invece di “fortificare” abbia prodotto i problemi che si riscontrano adesso?
Ciò che manca attualmente all'interno dell'individuo sono dei meccanismi di cui il bambino piccolo dovrebbe essere già munito: l'assimilazione e l'accomodamento. Questi due fenomeni definiti da Jean Piaget sembrano essere stati quasi perduti all'interno dell'individuo, cioè quello che è stato della vecchia emergenza non è stato assimilato o è stato male assimilato dandole una connotazione estremamente negativa e la possibilità di accomodarci alla nuova realtà non viene considerata.
I due meccanismi sono andati in tilt: noi questo passaggio assimilazione-accomadamento non lo abbiamo avuto e i negazionisti, per esempio, sono tra questi, perché si sono negati questi passaggi.

Quindi la parvenza di normalità che c'è stata in estate non ha aiutato?
Direi di no, anzi. Io lavoro molto sulla normalizzazione della situazione, concetto che però ha trovato risvolti negativi questa estate: normalizzare a tutti i costi non voleva dire ritornare alla normalità, ma renderla il più possibile normale, non far sì che la vecchia situazione tornasse così com'era. Se ci fosse stato quel passaggio di assimilazione-accomodamento di cui parlavo prima, la normalizzazione avrebbe avuto un significato differente, vale a dire: cerchiamo di rendere normale la straordinarietà della situazione. Invece questa cosa è stata totalmente confusa.

Si spieghi meglio.
Inizialmente c'è stato il caos emotivo, dove le persone avevano paura, erano smarrite perché si trovavano in una situazione pandemica mai vissuta prima, e quindi si è messo in atto il vecchio meccanismo di attacco-fuga, tant'è che lo Stato stesso, anche in Puglia, dove i casi erano di meno, ha ritenuto di adottare questa misura di chiusura totale, una sorta di fuga; un meccanismo arcaico che viene utilizzato anche nella gestione delle paure e delle ansie. Quindi siamo tutti scappati verso casa.
Nel tempo il meccanismo è cambiato, infatti, anche questo semi-lockdown che stiamo vivendo è differente, e ci sta dando la possibilità di fare molte più cose, non è rigido come l'altro. E questo anche sulla base di nuove indicazioni psicologiche, proprio perché il primo ha fatto davvero diversi danni.
Questa normalizzazione è stata però totalmente confusa: molti hanno ripristinato la loro vecchia vita. Abbiamo visto tutti dei comportamenti quest'estate così liberi che sembrava non fosse cambiato nulla rispetto alla situazione pre-lockdown. Anche nella nostra città c'era da parte di molti una ricerca di normalità assoluta nonostante solo qualche mese prima avessimo vissuto lo spavento della pandemia. La gente sente l'esigenza di questa normalizzazione, tuttavia quella che abbiamo vissuto in estate non era una normalizzazione ma uno strafare: abbiamo vissuto come se avessimo dovuto recuperare tutto quello che ci era stato tolto. C'era una voglia infinita di fare, di viaggiare, di uscire, di comprare... La gente ha comprato tantissimo, il che di per sé sottende un disagio psicologico. 

Da questo desiderio di normalità scaturisce il rifiuto da parte di molte persone di un secondo lockdown e delle restrizioni? 
Dall'incapacità nel riconoscere e dare una risposta a un semplice quesito: di cosa ho bisogno? Non siamo in grado di costruire la nostra felicità se non rispondendo a questa domanda che non sottende un bisogno materiale, ma di cosa ho bisogno io in quanto persona. Un concetto molto complesso che implica competenze introspettive. Oggi a questa domanda, da parte degli adulti, non c'è alcuna risposta ed è questo il problema che adesso sta portando moltissimi ad un rifiuto di un possibile secondo lockdown, perché le persone non hanno fatto questo tipo di lavoro, ma sanno cos'è il lockdown e sono spaventate, addirittura terrorizzate. Abbiamo avuto dunque un aumento delle forme depressive, dei tentativi di suicidio, un incremento di attacchi di panico. Attualmente sembra che ci siano degli indicatori che ci fanno pensare che stiamo entrando in un secondo ambito di emergenza psicologica. Alcuni dei miei nuovi pazienti, quelli con problemi di ansia, sono in allarme, perché temono la perdita della routine che dà stabilità. 
Durante il primo lockdown erano aumentati i mal di testa, i dolori muscolari, l'insonnia. Avevamo assistito anche ad un'impennata dell'acquisto di strumentazione da ginnastica, anche nel periodo successivo, proprio in previsione di seconda chiusura. Dopo sono venuti fuori i negazionisti, che poi la negazione non è altro che un meccanismo di difesa psicologico: si nega il problema perché fa troppo male. 

Nei prossimi incontri analizzeremo le diverse reazioni di alcune categorie di persone, ma ci può anticipare qual è oggi quella che secondo lei è più a rischio? 
Gli adolescenti sono forse la categoria che ha dimostrato attualmente di avere meno risorse e che ha fatto di quella voglia di normalizzazione una distruzione, perché sono stati loro a non riuscire a normalizzare un nuovo equilibro. Al contrario, hanno ripristinato i vecchi. 
È stata la categoria più penalizzata, forse perché ci siamo concentrati di più sugli anziani e i bambini e meno su di loro. Molti fenomeni che li vedevano coinvolti sono stati amplificati dal primo lockdown. Ricordo, per esempio, le gare di cicchetti tra alcuni ragazzi di Lucera che consumavano bottiglie su bottiglie di vino e altri alcolici. Bisogna lavorare con loro per aiutarli a costruire una nuova realtà, a convivere con questa nuova situazione. 

Enza Gagliardi 

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

Condividi con:

0,0313s.