19/12/2020 08:27:23

Roseto, una volta il paese dei preti

A Roseto Valfortore, il bel Borgo del Subappennino Dauno, una volta ricco di vocazioni sacerdotali, già noto come il paese dei preti, oggi si avverte fortemente la mancanza di un sacerdote che sia presente stabilmente presso la comunità. Non si possono dimenticare al riguardo i vari Vescovi di origini rosetane e i tanti sacerdoti sulle cui radici si sono formate intere generazioni. Vanno ricordati, ad esempio, quelli più vicini a noi, come don Luigi De Cesare, già parroco di San Giovanni Battista a Lucera e poi a Roseto; don Annibale Facchiano, vicario del vescovo e autore del famoso libro “Se quei mattoni potessero parlare”, che racconta la storia dell’Opera Nuova dei PP. Giuseppini del Murialdo; don Fedele De Cesare, per molti anni direttore della “Corale S. Cecilia”; don Nicolino De Renzis, fondatore della Casa del Giovane “Villa Frassati” a Roseto; don Michele Marcantonio, noto poeta e scrittore. Menzionarli tutti sarebbe un vero problema.
Vale la pena di accennare che la mamma di San Giuseppe Moscati, il medico santo di Napoli, la marchesa Rosa de Luca era di origini rosetane. 
Questa comunità è poi da sempre fortemente legata all'Azione Cattolica Italiana, ed è stata un esempio di religiosità nel credere sin dall'inizio nel processo di canonizzazione di Piergiorgio Frassati. Al riguardo, sono noti i rapporti  intercorsi in passato tra l'artefice locale, don Nicolino De Renzis, e la mamma del giovane Beato, Adelaide Ametis. 
Inoltre non si contano i molteplici premi nazionali e diocesani ricevuti dai giovani di Azione Cattolica rosetana, alcuni tuttora facenti parte attiva della comunità. Come è altrettanto rilevante l'azione propulsiva dell’ACR nell'aver organizzato sul territorio il “Sentiero Frassati”, in cui sono stati coinvolti altri paesi dei Monti Dauni.

Quando ho appreso la notizia che a Roseto si sente la necessità della presenza di un sacerdote che celebri almeno la messa quotidiana, sono rimasto perplesso e addolorato. Questa amarezza è dovuta non soltanto all’aver compreso il disagio di una popolazione abituata da una vita a frequentare la Chiesa e a seguire con amore e devozione le varie Novene e le tante manifestazioni religiose, ma, soprattutto, al non potermi rassegnare al fatto che in un paese dove una volta abbondavano tanti sacerdoti, oggi per trovare un prete che celebri spesso la Messa e che dia conforto e speranze bisogna fare i salti mortali.
Non è mia intenzione entrare nel merito della questione, né voglio affrontare la querelle che è sorta sul caso da più parti. Intendo soltanto manifestare tutta la mia solidarietà ad un popolo - formato per lo più da persone anziane - molto legato alle tradizioni della Chiesa e che oggi si trova nelle condizioni di essere privato di quel sostegno religioso, fonte della sua vita.
Detto ciò, occorre anche riflettere e non sottovalutare il più grande e generale problema relativo alla crisi vocazionale, che da tempo attanaglia tutta la Chiesa. Sappiamo bene che in molte parti d'Italia e del mondo le chiese rimangono chiuse e, a volte, un solo sacerdote è impegnato in più parrocchie sparse anche in territori lontani non facilmente raggiungibili, per cui le difficoltà e i disagi sono di non poca rilevanza.
Ebbene, di fronte a questo triste scenario, bisogna solo rassegnarsi e abbandonarsi alla volontà di Dio? Certo che no. 
E' noto che in alcune circostanze presso le comunità spesso si frappongono forze occulte che ingenerano fraintendimenti, creando ulteriori difficoltà. Invece certe situazioni, che appaiono di non facile soluzione, potrebbero  essere risolte con più ragionevolezza e buona volontà da parte di tutti.
E allora, nel caso che ci riguarda, cerchiamo di invocare certamente l'aiuto della Divina Provvidenza ma, nel contempo, auspichiamo e speriamo in un autorevole intervento, affinché le speranze di un popolo molto religioso non vengano ancora per molto tempo disattese.

Nicola Chiechi

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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