25/11/2022 10:47:59

Cenicola (Antonio) e Testa tornano a Lucera

Nella giornata di ieri il Tribunale del Riesame si è pronunciato sui ricorsi presentati da tutti i quattro lucerini indagati per tentata estorsione e lesioni ai danni di un imprenditore locale del settore delle slot machine.
I giudici di Bari hanno confermato la detenzione in carcere per Mario e Vincenzo Cenicola, rispettivamente di 48 e 37 anni, assistiti dagli avvocati Carlo Mari di Foggia e Bruno Vigilanti di Bari.

Per loro cugino Antonio Cenicola ed Emanuele Testa, entrambi di 34 anni e difesi da Giacomo Grasso, è stato invece annullato il divieto di dimora in città, con la sola prescrizione di rimanere comunque ad almeno 300 metri di distanza dall’uomo che sarebbe stato vessato a più riprese. 
Tutti si erano professati innocenti durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip che, con insolita e veloce tempistica, aveva impiegato solo cinque giorni per accogliere seppur parzialmente le richieste del pubblico ministero che in realtà aveva chiesto il carcere per tutti.
L’indagine della procura è stata svolta dalla Guardia di Finanza di Lucera che seguiva da oltre un anno la complessa vicenda con evidenti dissidi a sfondo economico, visto che gli uomini della Tenenza di Viale Castello ritengono di aver ricostruito una condotta criminale in un quadro di agguerrita e asfissiante “delinquenza ambientale” attiva sul territorio da parte degli arrestati. Il gip nella sua ordinanza ha subito inquadrato la questione in un tessuto sociale definito “difficile” e caratterizzato da un clima di “sofferente rassegnazione nelle vittime di fatti anche di allarmante gravità, per cui le condotte estorsive spesso non abbisognano di plateali gesti di intimidazione”.

Secondo gli investigatori, i quattro avrebbero fatto ricorso a violenza, minacce e l’utilizzo di armi improprie (in un pestaggio avvenuto l’8 settembre 2021 sarebbero stati usati dei caschi), provocando lesioni personali all’imprenditore, tentando di costringerlo prima ad abbandonare la propria società, che deteneva al 50%, senza avanzare alcuna pretesa economica di liquidazione. Alla fine l’uomo ha dichiarato di aver ottenuto 80 mila euro, ritenuto circa un quinto di quanto gli sarebbe effettivamente spettato, circostanza che gli indagati avrebbero considerato comunque un affronto, poiché auto dichiaratosi soci della compagine iniziale.
Nel 2019 l’imprenditore si è messo in proprio, ma successivamente ha riferito alle Fiamme gialle di aver ricevuto una richiesta di 300 euro mensili per poter continuare a detenere i propri apparecchi negli esercizi commerciali della città.
“Servono per chi sta in carcere” è la motivazione che sarebbe stata avanzata nell’occasione da autori, secondo gli inquirenti, di intimidazioni ambientali derivante dal proprio calibro criminale.

Red. 

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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