23/03/2024 14:33:46

Pestaggio in carcere, la scelta del silenzio

E’ una fase decisamente interlocutoria quella che sta caratterizzando i primi giorni successivi ai clamorosi arresti di esponenti della polizia penitenziaria in servizio al carcere di Foggia, accusati a vario titolo e in concorso di tortura, abuso d’ufficio, abuso di autorità contro arrestati o detenuti, omissione d’atti d’ufficio, danneggiamento, concussione, falsità ideologica commessa da un pubblico ufficiale in atti pubblici, soppressione, distruzione e occultamento di atti pubblici. Le indagini della procura avrebbero fatto emergere gravi indizi di colpevolezza nei confronti degli indagati, indiziati di aver partecipato con ruoli diversi a un pestaggio compiuto l’11 agosto 2023 nei confronti di due detenuti, di cui uno in condizione di fragilità.
Venerdì mattina di sono tenuti gli interrogatori davanti al gip Carlo Protano che aveva emesso le ordinanze di custodia cautelare per tutti ai domiciliari, e quasi tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, tranne il sovrintendente Vincenzo Piccirillo, assistito dagli avvocati Michele Di Gaetano e Matteo Perchinunno, che ha respinto le accuse, dichiarandosi innocente in relazione al suo capo di imputazione, ritenendo di essere estraneo ai fatti contestati anche ai colleghi.
Per il resto, la prudenza dei legali è massima, peraltro confermata dalla circostanza che nessuno avrebbe ancora avanzato richiesta di misura alternativa alla detenzione ai domiciliari che sta caratterizzando da lunedì scorso anche l’ispettore Giovanni Di Pasqua, 56 anni, l’altro sovrintendente Vittorio Vitale, di 54, la vice ispettrice (e dirigente nazionale del sindacato Sinappe) Annalisa Santacroce di 47 anni, l’agente scelto Flenisio Casiere di 38 anni, gli assistenti capo coordinatore Nicola Calabrese di 50 e Massimo Folliero di 52, l’assistente Raffaele Coccia di 38, gli agenti Pasquale D'Errico di 28 e Giuseppe Toziano di 26. Sono indagate a piede libero altre cinque persone: un agente, tre medici e una psicologa. 
Spiega meglio la strategia l’avvocato Francesco Di Battista che assiste Calabrese: “Vogliamo prima vedere il materiale audio e video in possesso della procura, e poi possiamo fare una valutazione delle accuse e delle posizioni da tenere, perché così al momento è tutto generico”. 
La procura stava indagando da almeno sei mesi su questa vicenda, partita da una lettera ricevuta pochi giorni dopo l’accaduto, uscita direttamente da Via delle Casermette, scritta dalla presunta persona offesa ma in una busta strategicamente riportante il nome di un altro detenuto che avrebbe assistito almeno in parte alla scena di quella mattina, così da non destare sospetti nella verifica della corrispondenza. 
Sono diverse le circostanze da chiarire, come la ricerca messa in atto senza esito da parte di un paio di indagati delle immagini nella sala regia della struttura, oppure la sparizione di una pagina del registro sanitario relativa proprio a quei giorni convulsi in cui i detenuti si erano fatti visitare, oppure ancora la discordanza tra i verbali fatti fermare dalle presunte vittime dell’aggressione e quanto raccontato successivamente, oppure ancora le dichiarazioni rese da alcuni degli indagati quando erano ancora persone informate sui fatti, rispetto a quanto affermato nelle intercettazioni telefoniche a cui sono stati sottoposti, parlando anche con un ex appartenente al Corpo ma evidente punto di riferimento di molti degli arrestati.
Nella sua richiesta, il pubblico ministero ha parlato di “diffusissimo clima di omertà, quando non di fattiva collaborazione nell'ostacolare le indagini, con capacità di ottenere la collaborazione di detenuti differenti dalle persone offese, al fine di depistare le indagini e di intimidire le stesse vittime delle violenze”.

Red.

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

Condividi con:

0,0320s.