16/10/2025 11:55:47

Le opere di Cavalli tornate a casa

Se proprio bisogna trovare un'operazione degna di una “Capitale regionale della cultura”, allora si è dovuto aspettare fino a ottobre inoltrato per Lucera che almeno formalmente sta recitando questo ruolo dall'inizio dell'anno. 
L'acquisizione da parte del Comune di tre opere di Emanuele Cavalli, per una somma che si aggira sui 20 mila euro (tutto compreso di catalogo ed evento di presentazione), rappresenta il primo vero elemento strutturale di un programma che finora di culturale ha mostrato pochissimo, mentre fin troppo di manifestazioni di piazza che lasceranno briciole di ricordi e parecchi benefici per chi le ha promosse e organizzate.
L’atto pubblico ancora non c’è, ma di sicuro i tre quadri sono stati acquistati dall'omonima Associazione intitolata al pittore di origini lucerine al quale è dedicata una sezione della pinacoteca, dopo una trattativa avviata da tempo con la famiglia che ne cura il patrimonio artistico, donatrice nell'occasione di una foto e di un disegno a pastello. E proprio in fondo al percorso espositivo (che già comprende altri dipinti di pregio, a partire da quello più grande che raffigura tutta la famiglia negli anni ‘50) ricavato nella biblioteca cittadina hanno trovato spazio le tele che in un certo senso descrivono bene il percorso di Cavalli, partendo dal ritratto della sorella Letizia (1924) realizzato nei primi anni della sua attività, passando per quello della madre Mariannina Cairelli (1942) fatto nel pieno della sua maturità e finendo a una natura morta (1976) che testimonia la qualità del suo pennello nella fase finale della sua esistenza umana e davanti a un cavalletto. Per le prime due tele si tratta peraltro di un sostanziale ritorno a casa, perché proprio a Lucera hanno preso origine, in un evidente ambiente domestico e familiare.

L'iniziativa che ha avuto la regia di Giuseppe Trincucci è stata presentata alla presenza degli eredi di Cavalli, a partire da Emanuele De Reggi, affermato scultore che ha vissuto i primi anni della sua vita a stretto contatto con il nonno, proprio a Firenze dove poi è morto nel 1981, dopo essere nato a Lucera il 29 novembre (stesso giorno di San Francesco Antonio Fasani) 1904. E c'era anche Sabina Prignano, nipote invece di Giuseppe Cavalli, gemello di Emanuele e gigante della fotografia italiana del 900, scomparso prematuramente a Senigallia nel 1961.
E infatti la storica dell’arte Angela Madesani, docente all’Accademia di Carrara e all’Istituto Europeo di Design, lunedì sera ha affermato con grande convinzione che i due fratelli vadano considerati preferibilmente in coppia nella valutazione della loro attività artistica, che spesso si è pure intersecata e nutrita vicendevolmente. Non a caso, il pittore è tra gli autori del Manifesto del Primordialismo Plastico del 1933, il fotografo ha scritto personalmente il Manifesto della Bussola nel 1947, entrambi finiti in effetti in una storica mostra fotografica “duale” risalente al 2022, negli stessi spazi del complesso cittadino di San Pasquale.
 
Il critico Manuel Carrera, invece, da profondo conoscitore di quasi tutta la produzione pittorica di Giuseppe Cavalli, ha ripercorso anche la sua parabola artistica che si è sviluppata fin dalla adolescenza a Roma alla scuola di Felice Carena, per poi passare ad Anticoli Corrado che è stata la culla dei maggiori esponenti dell’epoca e dove egli stesso ha vissuto stabilmente dal 1935 al 1946.
“Il volto della sorella fatto all’età di 20 anni – ha spiegato – pur essenziale rivela già una tensione moderna, espresso nella scelta di far occupare alla figura quasi l'intero spazio della tela, e nella capacità, ancora acerba ma già riconoscibile, di indagare a fondo la psicologia del soggetto”. 
Cavalli ha vissuto una pausa dovuta alla chiamata alle armi nella Compagnia di Sanità di Firenze, tra il maggio del 1924 e l'ottobre del 1925, ma riprese subito dopo con la carriera espositiva, debuttando alla Biennale di Venezia del 1926 dove proprio “Letizia” era uno dei tre quadri mostrati in quella sede. 
La permanenza nel borgo laziale è stata poi fondamentale, perché trovò l'ambiente ideale per vivere e lavorare con fecondità, tanto da diventare una delle figure di riferimento della cosiddetta “Scuola romana”, assieme a Giuseppe Capogrossi e Roberto Melli.

Grande attenzione veniva data al colore, o meglio ancora di “tono”: “Per Cavalli c’era la duplice funzione di evocare suggestioni musicali e, al tempo stesso, costruire forme, volumi e profondità – ha spiegato Carrera – per cui la centralità del suo ruolo in quegli anni è documentata anche dai numerosi riconoscimenti ottenuti dalla critica e dalle istituzioni, attraverso premi e acquisti di opere da parte dei musei pubblici presso le maggiori esposizioni del tempo. L'incarnato del ritratto della madre è reso in piena armonia con lo sfondo e la poltrona, in un'elegante alternanza con il blu del maglione e il rosso vivido della costina del libro”.
Dopo la guerra, Cavalli si trasferì a Firenze, dove assunse la cattedra di pittura all'Accademia di Belle Arti, succedendo proprio al maestro Carena, insistendo sul tema della riconoscibilità delle immagini, della pittura tonale e alle suggestioni magiche delle sue composizioni, che assunsero così una dimensione sempre più intima e introspettiva, suggellata dalla natura morta acquisita, una delle tante che coprono la quasi totalità dell’apprezzata produzione degli ultimi tre decenni in cui la sua vita pubblica si è andata facendo sempre più rarefatta.

Riccardo Zingaro

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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