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I reperti (quasi) impossibli da rubare

Solo per rimanere in questo agosto, sono due i casi di furti di opere d’arte che hanno comprensibilmente attirato l’attenzione dei media, sia locali che nazionali: a inizio mese sono sparite le corone d'oro della statua della Madonna Mediatrice di Troia e del Bambino, e ancora non sono state ritrovate, così come le tavole di Antonello da Messina trafugate a Ferragosto proprio nel museo della sua città di origine.
Queste due situazioni, se non altro, hanno riproposto un tema apparentemente secondario: ci sono capolavori italiani esposti in luoghi non frequentati da un pubblico numericamente elevato, anche perché collocati in posti nei quali bisogna andarci praticamente apposta per loro: si pensi ai Bronzi di Riace a Reggio Calabria, la Vittoria Alata a Brescia, il Cristo Velato a Napoli, il Satiro Danzante a Mazara del Vallo, la Resurrezione di Piero della Francesca a Sansepolcro, tanto per citarne qualcuno.
E se invece si volesse restare sul territorio, quali potrebbero essere i “pezzi” di maggiore attrattiva per degli ipotetici ladri, manufatti per i quali varrebbe addirittura il rischio di rubarli?
Non sono pochi, non sono da meno in quanto a valore rispetto ad altri in giro per l’Italia, ma quasi nessuno è facilmente trafugabile, per ragioni diverse e in qualche caso incredibili.

Partendo da Lucera, il primo pensiero corre a Proserpina del museo Fiorelli, con il suo busto risalente al II secondo avanti Cristo, testimonianza fittile dello straordinario periodo che la città ha attraversato nel periodo romano. Oltre all’anfiteatro contava anche un antico tempio di Giunone Lacinia, alla sommità del Colle Belvedere dove la terracotta è stata ritrovata. Una sua foto è finita per ben due volte in collezioni filateliche italiane. 
Ma se un ladro la volesse rubare in questi giorni, non potrebbe, perché semplicemente non c’è. Da un anno e mezzo, infatti, è in Cina, e vi resterà almeno fino a febbraio prossimo, assieme a una testa di Ercole e a una lastra di pietra a rilievo rappresentante una figura bucolica, parte integrante di una mostra itinerante promossa dalla Soprintendenza dal titolo "The Gifts of the Gods. Apulia felix among Greeks, Indigenous and Romans", con la quale sono esposte nei più grandi musei del Paese asiatico 114 opere di tutta la Puglia.

Tuttavia è spesso l’arte sacra quella che propone capolavori, e spostandosi in Piazza Duomo ci sono ancora tracce evidenti del cosiddetto “Tesoro di Santa Maria Patrona”, composto da numerosi ori, argenti, pietre e monili donati alla Vergine nel corso dei secoli, senza contare le Chiavi della Città e le due corone della statua, per l’Assunta e il Bambino.
La collezione parte proprio da Carlo II d’Angiò che fece confezionare un diadema palmato tempestato di diamanti, il cui valore inestimabile venne certificato nel 2006 direttamente dal Dipartimento di Geomineralogia dell'Università di Bari. Quel gioiello d’argento è “previsto” nella mano destra dell’icona mariana ma ormai è scomparso dalla vista del pubblico, perché da anni viene mostrata e utilizzata una copia fedele, dopo la grande esposizione del 2006 denominata “Gli Ori della Regina”, allestita proprio nel museo diocesano che conta anche centinaia di reliquiari, uno particolarissimo, a forma di pisside, del XIII secolo, e una coperta di evangeliario del XIV secolo in lamine d'argento dorato e smalti traslucidi.
Per dare un’idea ancora più precisa, il giglio angioino è custodito, assieme a tutto il resto, in un caveau del palazzo vescovile, e perfino la sua precisa collocazione nell’edificio è nota a pochissime persone. 
Anche le attuali Chiavi “feriali” (quelle tenute al braccio della statua trecentesca da settembre a luglio) hanno una storia da film, perché una trentina di anni fa vennero “individuate” su una bancarella di un rigattiere da un architetto lucerino che si trovava a Roma di passaggio. Il suo occhio esperto capì subito che si trattava di qualcosa di rubato, e il suo allarme telefonico arrivò nel giro di poche ore fino ai carabinieri del Reparto Tutela Patrimonio Culturale. I militari organizzarono immediatamente un blitz che permise di recuperarle e restituirle alla legittima “proprietaria”.

Un occhio esperto di meraviglie sarebbe indirizzato anche a Troia, nel Museo del Tesoro della Cattedrale, altro luogo quasi nascosto ma contenente materiale unico nel suo genere, tra argenti, tra calici, pissidi, croci e il grande ciborio, senza contare i busti dei cinque Santi Patroni (Urbano, Ponziano, Eleuterio, Secondino e Anastasio). 
Ma i veri “pezzi forti”, sarebbe il caso di dire, sono i tre Exultet, rotoli di pergamena miniata dell'XI e XII secolo, di varie lunghezze, dai 2 agli oltre 6 metri, preservati da speciali teche che garantiscono umidità e temperatura adeguate. Basti un dato per far capire meglio: al mondo ne sono rimasti meno di trenta. Utilizzati in antichità per aprire la celebrazione della notte di Pasqua, riportano testi sacri alternati a immagini volutamente capovolte, perché a favore del popolo quando il diacono li srotolava dal pulpito mentre cantava il preconio. 

Rimanendo sui Monti dauni, infine, su un teorico podio sicuramente ci salirebbero i Grifoni di Ascoli Satriano, visibili nel polo museale del borgo dei Monti dauni. È una straordinaria testimonianza del passato del territorio, magnifica scultura in marmo policromo del IV secolo avanti Cristo, raffigurante due grifi che azzannano una cerbiatta. La loro ammirazione giunge al termine di un percorso allestito nell’ex monastero agostiniano risalente al XIII secolo, circondati da anfore e materiale funebre di una ricca tomba dauna principesca. Alto 95 centimetri e lungo 148, il rarissimo manufatto comporterebbe però qualche problema logistico concreto, perché il suo peso di alcuni quintali renderebbe complessa l’asportazione e poco agevole il trasporto, a meno che non tornino a essere letteralmente spaccati a martellate, così come fecero i tombaroli che li scoprirono a metà degli anni 70, visto che l’opera tutta intera non entrava fisicamente nel bagaglio dell’auto con cui erano arrivati a prenderla. Trafugati ed esportati illegalmente tramite un noto trafficante, finirono al Getty Museum negli Stati Uniti, prima di essere restituiti all'Italia una ventina di anni fa.

Riccardo Zingaro

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(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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